lunedì 6 giugno 2011

Un episodio autobiografico


Un episodio autobiografico
Sono approdato nel mezzo del cammino, che non è certamente un traguardo, di questo mio libro. Sento dentro di me l’intenso onore e il piacere di continuare a scrivere altri racconti, augurandomi che, come i primi dieci, piaciciano e siano in grado di strappare un sorriso, una risata liberatoria. Se questo si realizzasse, sarebbe per me motivo di immensa gioia.
Ciò premesso, mi accingo a proseguire il mio cammino, iniziando da un episodio autobio- grafico, impresso nella mia memoria sin dai tempi del servizio militare assolto nell’anno 1965, non dico ieri ma addirittura l’altro ieri, quando si diceva appunto: servizio militre assolto, per soddisfare il linguaggio burocratico dei tempi. All’epoca dell’episodio accennato, avevo ventitre anni e in qualità di sottotenente d’artiglieria, prestavo servizio presso il Settimo Reggimento Artiglieria pesante campale con sede a Torino, Corso Unione Sovietica. Molti si chiederanno perché tale episodio incise tanto profondamente la mia memoria, è presto detto, perché riuscii a salvare la vita di un soldato ventenne, affetto da gravi disturbi cardiaci come accertarono, con grave e tragico ritardo, i medici dell’ospedale militare. Io affermo e con ragione che un ragazzo in tali condizioni non avrebbe dovuto risultare idoneo al servizio militare di leva. Qualcuno commise degli errori  a mio sommesso avviso.
Prima d’iniziare il racconto, vorrei chiedere ai lettori se, visto che siamo alla metà del libro, i due prota­gonisti, don Nicola e don Raffaele, abbiano dimostrato di essere veramente due personaggi simpatici.
Voglio solo ricordare, in breve, che don Nicola è il personag­gio che rievoca la brillante figura artistica di Nicola Malda­cea, nato a Napoli il 29 ottobre 1870 e morto a Roma il 5 marzo 1945.
Nicola Maldacea iniziò la gavetta da giovane a Napoli come comico e cantante nelle cosiddette ”periodiche"; successi­vamente mise a punto la costruzione di macchiette, una sorta di parodie su fatti della vita quotidiana, che gli porta­rono grandissima fama. Dalla fine dell'800 fino agli anni '20, calcò le scene con enorme successo, poi fu notato da Eduardo Scarpetta che lo volle nei suoi spettacoli. La con­sacrazione definitiva avvenne nel 1891 scritturato dal fa­mosissimo Salone Margherita e con l'occasione conobbe il grande Ferdinando Russo che con lui strinse un'amicizia sincera.
Ferdinando Russo scrisse per lui macchiet­te su misura. Ma sono molti gli autori che scrissero per lui: Di Giacomo, Valente, Galdieri ed il romano Trilussa. Il suo grande merito fu quello di aver innalzato a livello d'arte la comicità ruspante del primo ”varietà". Punti di forza della sua recitazione furono i passaggi dal cantato al parlato, uti­lizzando il cosiddetto stile del ”fine dicitore ", e il trasfor­mismo che lui stesso definì ”pittorico” per il modo in cui presentò i suoi personaggi. Passata l'epoca d'oro del Café Chantant, Maldacea cadde in disgrazia, da ”divo” che era si ridusse ad accettare ruoli da comparsa nel cinema e ad apparire in teatri di terz'ordine della capitale.
Don Raffaele, onora la mrmoria di Raffaele Viviani nato a Castel- lammare di Stabia il 10 gennaio 1888 e morto a Na­poli il 22 marzo 1950.
Il Viviani fu commediografo e attore in campo nazionale e internazionale e per noi napoletani questo è motivo d'orgo­glio, ma quello che ci inorgoglisce maggiormente è il fatto che il suo eccezionale talento e la sua autentica grandezza furono riconosciuti in primo luogo proprio dai napoletani. La sua arte scenica affascinò ed elettrizzò prima le platee locali, poi quelle del mondo, alle quali mostrò l'autentico cuore di Napoli. Fece conoscere Napoli con le sue grandez­ze e con le sue miserie, con la sua rassegnazione e con la sua ribellione. Insegnò al mondo la storia del popolo di Na­poli che vanta con immenso orgoglio un passato millenario.
Il teatro di Raffaele Viviani fu originale ed inimitabie, lette­ralmente strappato di netto dalle radici della sua terra.
E' molto difficile stabilire se in Viviani fosse più grande l'at­tore o il poeta, a mio sommesso avviso, entrambi si com­pletarono indissolubilmente.
La poesia del Viviani, presa alla lettera, riprodusse fedel­mente la vita, gli usi e i costumi del suo popolo, che amava d'intenso amore.
Così nelle canzoni. Raffaele Viviani cantò con il cuore sem­plice di un uomo del popolo, pro- ruppe e imprecò, si lamen­tò e pregò, e benedisse, sulla metrica di versi di sovente rudi ma pur sempre efficaci, toccanti, suadenti.
Ritornando a don Nicola e a don Raffaele, essi mi hanno garantito sempre tutta la loro disponiblità ed il loro contri­buto, accettando i miei consigli e le mie decisioni riguar­danti la scelta delle favole da narrare, delle storie e degli aneddoti da raccontare, addirittura delle poesie da recitare. 
Inevitabilmente hanno parlato in dialetto napoletano ma in una forma comprensibile anche a chi napoletano non è, ed infine, hanno usato la loro arguzia e la loro perspicacia nelle situazioni in cui il loro intuito è stato determinante.
Dopo una pennellata di cultura, che non fa male a nessuno, è arrivato finalmente il momento di raccontare l’episodio autobiografico, a cui tengo molto per aggiungere qualche ulteriore informazione circa la mia personalità e il mio carattere.
Comincio a raccontare dal principio, sembra ovvio. Prestavo servizio militare a Torino, allora obbligatorio, ora non più, in qualità di sottotenente di complemento, artigliere di notevole tempra nel corpo e nell’anima.
Mi chiederete: perchè citare proprio un episodio riguardante il servizio militare? Qualcuno penserà ai memorabili, soliti ricordi del servizio militare, di cui una volta la maggior parte dei giovani era orgogliosa, legata perfino al cosiddetto spirito di corpo. Ne parlo invece per­chè imparai, benchè molto giovane, l'autentico valore della vita, per mezzo di una inesorabile esperienza che mi vide salvare la vita di un soldato ventenne, durante una lezione di addestra­mento formale, il tanto tristemente famoso a tutti i soldati passati, presenti e forse futuri, in quanto du­rissimo e poco piacevole.
Erano ormai tre mesi che prestavo servizio presso il Setti­mo Reggimento Artiglieria pesante campale con sede a Torino, quando durante una delle tante giornate estive, calde e parti- colarmente afose, mi capitò qualcosa di veramente sorprendente e straordinario. Era appena iniziata una lezione di addestra­mento formale impartita a un gruppo di venticinque arti­glieri i quali avevano terminato le istruzioni al C.A.R. soltanto da pochi giorni.
C.A.R. acronimo che vuol dire, Centro addestramento reclute. Confesso che gli acronimi, mi attraggono in maniera speciale, come gli enigmi della sfinge o quelli di Turandot.
L'acro­nimo, dal greco κρον, akron, "estremità" e νομα, onοma, "nome”, costringe la mente a un duplice lavoro mnemonico, per ricordare le parole originarie prima e le abbreviazioni dopo. Un’invenzione veramente simpatica e non dico altro.
Bah, che dire, tiremm innanz', emulando il patriota mila­nese Amatore Sciesa in circotsanze diverse dalle mie.
Dunque dicevo che tra le varie istruzioni della giornata era in programma un'ora di addestramento formale, au­tentico terrore di tutti i soldati, come detto. Io personalmente lo vedevo come un vero e pro­prio supplizio non aggettivabile, di fronte al quale quello di Tantalo si tra- sformava in un piacevole solletico provocato dal piumi­no del borotalco.
L'addestramento formale insegnava, prima di ogmi altra cosa, la presentazione e il saluto militare, tra innumerevoli “attenti”, “riposo” e assordanti urla disumane, natural­mente sotto un sole caldo insopportabile. I malpensanti sussurreranno che i soldati erano al sole men- tre il sottotenente era all'ombra, per godersi un comodo refrige­rio. No invece, anch'io ero al sole come gli altri, proprio così, perchè mai dovrei men­tire?
Come da manuale delle istruzioni, insegnavo ai soldati a tenere la testa alta, la pancia in dentro, il petto in fuori, le braccia aderenti al corpo, le mani a penna, i pollici imbec­cati. Insegnavo amche tanti altri spiacevoli esercizi ma spiegare ai soldati come battere i tacchi era veramente all'apice delle assurdità umane. Quest'ultima azione, eseguita a regola d'arte, trasformava i giovani in perfetti soldati e gliene imprimeva il carattere. Era l'equivalente di un certificato di garanzia, di un titolo di studio di livello su­periore. Credetemi, confesso una verità sacrosanta, battere i tacchi era una banalità di nessunissima im­portanza pratica.  
Anche per me, da allievo ufficiale, battere i tacchi era stato un tormento durato tutto il tempo del corso A.U.C. a Foligno. L'acronimo è la mia passione, l'ho già detto poc'anzi e A.U.C. vuol dire soltanto, Allievi Ufficiali di complemento. Natural­mente, battere i tacchi voleva si- gnificare provocare ai poveri piedi una sofferenza indescrivibile. Comunque non sono mai riuscito a capire se l'Esercito volesse collaudare, col battito dei tacchi, la resistenza dei tacchi oppure quella dell'asfalto.
E i comandi dell'addestramento formale hanno mai in­curiosito qualcuno? Avete mai assistito il due giugno a Roma alle imponenti e solenni sfilate dei vari reparti delle Forze Armate? Per arrivare a quei livelli di perfezione occorre sudare ettolitri di liquidi, urlare milioni di decibel, sfondare migliaia di paia di scarpe e di altrettnte paia di piedi.
Volevo appena accennare che i comandi si dividono in due fasi, la prima si defini­sce dell'avvertimento e la seconda dell'esecuzione.
Un esempio, il comando attenti si scinde di fatto in due, al comando at, la testa deve scattare all'indietro quasi a stac­carsi dal collo, rischiando addirittura di lesionare la vertebra cervicale. Al comando tenti invece, bisogna portare le mani e le brac­cia aderenti al corpo lungo i fianchi, alzare il ginocchio si­nistro fino all'altezza del cinturone per poi sbattere il tallo­ne a terra e rehderlo  aderente al tallone destro. Le punte delle scarpe, poi, divaricate di quarantacinque gradi.
Tutte formalità della massima serietà con le quali non si scherza affatto.
Sembra ovvio che la posizione dell'attenti può durare anche un'eternità. Dal primo istante dell'attenti in poi, può trascorrere un tempo interminabile, fino allo svenimento di qualche soldato meno resistente alla fatica fisica.
Ho divagato di proposito circa gli addestrramenti militari, volendo creare i presupposti per rac­contare come salvai la vita a un soldato che non avrebbe dovuto mai mettere piede in un reggimento d'artiglieria perché cardiopatico. Repetita juvant, infatti so bene di avere ripetuto più volte lo stesso concetto ma dovete giustifcare il mio stato d’animo dopo essermi ritrovato di fronte un ragazzo moribondo.
Pensate per un momento solrtanto, ai numerosi problemi dell’odierna malasanità, pensate anche agli errori commessi dai me­dici di quell’epoca che dopo le rituali visite a un soldato di leva, lo ritennero idoneo al servizio militare benchè malato di cuore. L’Italia somiglia sempre di più a una proprietà invariantiva infatti a tale nazione si può applicare, senza il timore d’essere smentiti, l’assioma del tutto cambia affinchè nulla cambi.
Il ragazzo, dall'aspetto gracile e macilento, aveva già mani­festato stati di indiscutibile sofferenza durante i primi gior­ni trascorsi al centro addestramento reclute, non riuscendo a sopporatare il carico faticoso della marcia, dell'educazio­ne fisica e di tante altre attività che non sto qui a elenca­re. Il povero ragazzo diventa­va cianotico dopo il pur minimo sforzo, perdeva i sensi, s'accasciava al suolo e doveva essere accompagnato con urgenza al più vicino pronto soccorso ospedaliero.
Tali informazioni giunse­ro al reparto con la cartella personale del soldato, eviden­ziando la responsabilità di chi non lo dichiararò inabile al servizio militare e non lo mandò a casa.
Insomma, per farla breve, si poteva verificare una tragedia che solo la volontà di Dio evitò col concedermi la forza e la capacità d'intervenire tempestivamente in una situazione che poteva finire tragicamente.
Quella mattina come tutte le altre l'addestramento ebbe inizio puntual- mente e insieme agli altri ragazzi del gruppo c'era anche il soldato malato. Era la prima volta che si ag­gregasse al gruppo delle istruzioni ordinarie e quindi non potevo valutare, se non per intuito, le sue condi- zioni fisiche. Comunque, aven­do notato il suo preoccupante pallore, gli chiesi se avesse qualche problema che gli impediva di partecipare alle istruzioni. Il soldato, o per celia o per orgoglio, mi rispose che niente lo preoccupava, ma dopo qualche minu­to di preliminari cosiddetti defati- canti il ragazzo improvvi­samente cadde come corpo morto cade, avreb- be detto il divino Dante. Corsi subito verso di lui e in pochi secondi capii che il poverino non simulava. Con l'aiuto di due soldati, fu sdra- iato su di una pan­china di legno e all'istante scattò il piano di emer- genza, se­condo le prescritte norme di pronto intervento per casi del ge- nere. Non percepivo i battiti del polso, erano di fatto assenti e il poveretto non respirava per cui ben presto comicniò ad assumere un colorito cianotico. Io sudavo freddo per avere inutito la gravità del malore che pote­va evolversi nel peggiore dei modi e mettere a repentaglio la sopravvivenza del ragazzo. Ricordai in quel momento di avere letto nella sua cartella personale che al C.A.R. il sol­dato aveva manifestato fenomeni legati a una probabile patologia cardiaca. Si paventò la tragica situazione comunemente indicata come morte improvvisa. Pregavo Dio che mi aiutasse a porre in essere tutte le pratiche neces- sarie a dare un utile contributo a chi stava combattendo con la morte. Intanto speravo trepidante che il medico militare, chiamato con la massima urgenza, arrivasse nel più breve tempo possibile e, al tempo stesso, arrivasse un’ambuanza bene attrezzata. Nel frattempo, non persi né il tempo e né il coraggio, cominciai a praticare un massaggio cardiaco con il quale, nonostante la mia scarsa pratica e le sole nozioni imparate in un manuale di pronto soccorso, ebbe inizio una lotta estenuante con la morte, dove in pochi minuti si poteva decidere la contesa tra la morte, appunto, e la vita.
Un sergente, ch'era accanto a me, mi fece notare che la lingua del ra­gazzo era caduta verso l'ugola e che forse era quella la causa di ostruzione delle prime vie aeree. Dio mio, come devo agire in quel momento? Non volevo esse­re proprio io a causare al soldato qualche danno ulteriore. Istintivamente spinsi la sua fronte all'indietro con la mano destra estendendo­gli così il collo, con la sinistra invece gli spingevo il mento verso l'alto nella speranza di estrargli la lingua fuori dai den­ti. E grazie a Dio la manovra riuscì, s'era aperto un varco attraverso il quale poteva passare dell'aria espirata, sufficientemente ossigenata per le esigenze della persona soccorsa. Dopo dovetti improvvisare una respirazione bocca a bocca tappando il naso del ragazzo con due dita, onde evitare che l'aria insufflata fuoriuscisse. Esaurito tale inevitabile preliminare, inspirai profondamente una discreta quantità di aria e feci aderi­re le mie labbra a quelle del soldato insufflando l'aria con tutte le mie energie disponibili, gli sollevai la testa e controllai che il to­race si sollevasse e si abbassasse subito dopo. Intanto chiedevo di sollecitare l'arrivo del medico che desideravo più della stessa aria. E mentre ripetevo la respirazione bocca a bocca, imploravo tutti i santi che fa­cessero arrivare il più in fretta possibile i soccorsi indispensabili. Il peso della responsabilità che m'ero assunto per salvare una vita umana, cominciava a pesare come un autentico maci­gno. Gridavo con tutta la voce che avevo in corpo: dai ra­gazzo, mettici del tuo, dammi un segnale positivo e incoraggia il mio tentativo disperato, respira per Dio, non adagiarti, non mollare, re­spira, forza, dai. Feci un ultimo sforzo disumano, proprio al liimite delle mie forze, ri­schiando addirittura di farmi scoppiare le arterie e senza neppure accorgermi, il soldato cominciò a respirare da solo, alternava il respiro con dei  colpi di tosse,  final­mente respirava da solo, aveva superato la crisi, era salvo.
Dopo alcuni minuti l'ambulanza trasportò il soldato all'o­spedale più vicino per completare l'intervento di salvatag­gio o per altre necessità a me ignote.
Era fatta ma a quel punto qualcuno doveva salvare me, dopo lo spaven­to e dopo l'emozione d'avere strappato alla morte un ragazzo come me, che proprio vecchio non ero, allora avevo ventitre anni appena. La lezione eccezionalmente ebbe termine al bar della caser­ma, con dei cornetti e dei cappuccinii, buoni e gustosi più del solito.. Offrii volentieri la colazione a tutti i soldati del gruppo, perchè quel giorno il gruppo aveva vinto una battaglia con la morte.     
Un soldato di Napoli, allegro e spiritoso, mi chiese dove avevo imparato a praticare, così bene, la respirazione bocca a bocca. E poi commentò: e vuje cu nu vas' 'e chist', a ‘na guagliona ‘a mannat' 'o pronto soccorso con gli spasimi d'amore...      


 Tessian



Nessun commento:

Posta un commento